Cultura

Contro la disinformazione: Una riflessione sulle basi inconsistenti dell’opinione pubblica

“L’informazione informa sui fatti o dei fatti mai i fatti”, così scriveva il filosofo francese Jacques Derrida, oggi più che mai la veridicità di quest’affermazione si palesa davanti ai nostri occhi, che però distratti, non ne colgono l’essenza.

L’informazione oggi ha assunto due diverse facce della stessa medaglia, appesa al collo degli strenui difensori del nostro beneamato sistema, che se ne servono per combattere la loro battaglia da paladini della società civile, tesa alla salvaguardia della pace sociale e del valore delle merci. La prima faccia è quella pulita, per così dire, della televisione e dei giornali, quella che censura e indirizza l’attenzione delle masse o le terrorizza se è ciò che il capitale richiede ed è quella capace di puntare un occhio di bue su un singolo evento lasciando nell’ombra quell’oceano di contraddizioni che viviamo e analiziamo ogni giorno. L’altra è quella più ambigua dei social media, quell’agglomerato di pubblicità e teorie complottistiche al quale attingono tutti coloro che vedono riconfermate le proprie convinzioni, troppo spesso frutto della più becera propaganda xenofoba e populista.

Dall’indagine dell’ “IMT Alti studi di Lucca” condotta dal ricercatore Walter Quattrociocchi, si evince che, sebbene la stragrande maggioranza delle “informazioni virali” non abbiano alcuna fonte ben precisa o attestata, la loro credibilità è quasi sempre indiscussa a causa della solidità dei preconcetti di chi le legge e le condivide. L’esempio che più ci salta agli occhi è quello delle notizie che mettono in relazione la criminalità e i flussi migratori fornendo una visione degli immigrati che ci fa indignare per le loro presunte gesta da assassini mentre i barconi continuano indisturbati ad affondarci davanti quasi quotidianamente.

In sintesi ambedue le facce sono fuorvianti e contribuiscono in maniera efficace a distogliere il popolo dai problemi che lo riguardano impedendogli di individuare i reali responsabili di questi ultimi. Sembra sia ormai assodato che la nostra è l’epoca dei paradossi, difatti è come se ci trovassimo su un rettilineo la cui destinazione è la verità ma il cui percorso, che consiste nella presa di coscienza, è talmente lastricato di segnali devianti da allontanarci dalla meta portandoci passo dopo passo sempre più fuori strada.

Nel corso della storia l’informazione ha sempre rappresentato per il potere una minaccia da eliminare sopprimendola e impedendone la diffusione, ma la buona vecchia censura non ha mai avuto vita facile anche nelle sue forme più violente. Jonh Milton nella stesura della sua “Areopagitica” scrisse rivolgendosi al parlamento inglese per battersi contro il divieto di stampa senza licenza e asserì : “Chi uccide un uomo, uccide una creatura ragionevole, immagine di Dio, ma chi distrugge un buon libro uccide la ragione stessa, uccide l’immagine di Dio nella sua essenza”. Certo dal XVI secolo le cose sono cambiate e chi ci governa ha dovuto adottare metodi di controllo meno evidenti di quelli dell’ inquisizione, per un occhio poco attento, oggi infatti, i libri e i giornali alla portata di tutti sono stati sostituiti da cumuli di righe vuote e disorientanti che non forniscono al lettore nessuno spunto di riflessione critica; il contenuto delle notizie è deformato e il loro valore culturale completamente vilipeso.

George Orwell disse :”Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario”, ebbene sembra che il peso di questa responsabilità gravi sulle spalle di chi lotta per cambiare le cose ed è un peso del quale non possiamo liberarci. Il nostro dovere, non è quindi, solo quello di essere capaci di percorrere il rettilineo ignorando i cartelli ma fermarci a spiegare a chi ci precede, chi e soprattutto perchè li ha messi su quella via per poi distruggerli uno ad uno usando la cultura che è ad oggi l’arma più potente di cui disponiamo.

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