Internazionale

Detenuti Palestinesi raggiungono il quarantesimo giorno di sciopero della fame

Barghouti e i detenuti politici palestinesi nelle carceri israeliane continuano con la loro protesta nonostante il muro dell’opinione pubblica mondiale.

Oggi comincia il Ramadan e lo sciopero della fame dei detenuti politici palestinesi ha raggiunto il quarantesimo giorno. La protesta continua incessantemente, e con il passare del tempo si raccolgono adesioni e si moltiplicano le iniziative a suo sostegno. Marwan Barghouti, leader del partito al-Fatah, nonchè il più noto dei prigionieri palestinesi in quanto organizzatore del digiuno, resiste e dalla sua umile cella invita gli altri prigionieri ad unirsi alla protesta.

Circa 1500 detenuti, di cui 67 trasferiti recentemente in ospedale per le gravi condizioni di malnutrizione in cui versavano, chiedono semplicemente che siano rispettati i diritti fondamentali della vita in carcere, previsti in tutte le convenzioni di Ginevra, nel diritto internazionale ed in quello umanitario. La politica disumana di Israele che arresta i palestinesi, molte volte in stato di detenzione amministrativa, e li priva delle regolari visite dei familiari, oltre alle incessanti torture che si ripetono giorno per giorno, non è solo un atto crudele ma un’autentica violazione del diritto internazionale.

Lo sciopero della fame lanciato da Barghouti è anche un messaggio politico lanciato ai vertici di al-Fatah. L’obiettivo sembrerebbe quello di mettere sotto pressione i vertici del partito che da un po’ di tempo si sono mostrati accondiscendenti alle politiche collaborazioniste dell’Autorità Nazionale Palestinese con lo Stato d’Israele.

Un grido di giustizia che attraversa i muri, i continenti e gli oceani a cui si oppone l’incredibile muro dell’opinione pubblica internazionale. Quel grido di libertà e giustizia è il grido di un popolo intero che resiste e lotta per la sua libertà, insieme a tutti gli uomini e le donne amanti della pace e della libertà nel mondo.

A stomaco vuoto, come unico nutrimento l’acqua col sale, i prigionieri lottano per la vita e per la dignità di un popolo, contro un governo occupante, responsabile di un’atroce occupazione che perdura da più di mezzo secolo. Essa ha trasformato la vita del popolo palestinese in un inferno, dai posti di blocco alle esecuzioni a sangue freddo di semplici ragazzi, talvolta bambini, solo per un infondato sospetto. La vergogna più grande rimane sempre il muro costruito da Israele: una costruzione illegale lunga 650 km, che ha chiuso i palestinesi in vere e proprie città-ghetto. E ancora, parlano i numeri: su una popolazione di tre milioni, almeno in 800 mila hanno subito l’arresto, il che significa che tutte le famiglie palestinesi hanno avuto un prigioniero nelle carceri israeliane. E in queste carceri ci sono ancora più di 7000 mila prigionieri.

Nei giorni scorsi Trump ha visitato l’Arabia Saudita, principale partner e finanziatore dei gruppi terroristi di matrice islamica. Un’amicizia ambigua se si pensa che menti del calibro di Osama bin Laden sono nate proprio a Riyad. Evidentemente il presidente americano non è stato lì per risolvere il conflitto, ma per alimentarlo. Infatti Trump è stato in visita anche nello Stato d’Israele dove non ha nemmeno nominato lo Stato palestinese. Come già annunciato nella sua “gloriosa” campagna elettorale darà aiuti militari e politici al Likud, il partito di estrema destra israeliana attualmente al governo, che basa la propria politica sull’occupazione delle terre palestinesi con la relativa istallazione di colonie. Anche questa volta un presidente americano non presenterà alcun piano per la pace, piuttosto ha ricoperto il ruolo di mediatore tra i gli occupanti israeliani e i fanatici sauditi. A quanto pare lo scenario del Nuovo Medio Oriente plasmato da Israele-Usa-Arabia Saudita non prevederà il riconoscimento dello Stato palestinese. Israele ha da sempre influito nelle elezioni americane fin dal secondo dopoguerra e rappresenta un avamposto militare fondamentale per gli interessi americani nella macro-area del Medio Oriente. In quest’ottica, considerata la superiorità schiacciante di Israele, non si può far altro che assistere alla condanna definitiva per il popolo palestinese.

Ad ogni modo esprimiamo tutta la nostra solidarietà e appoggio a Barghouti che in questo momento rappresenta un punto di rottura politica all’interno del partito al-Fatah che negli ultimi anni non ha espresso una grande opposizione. Molti dirigenti di al-Fatah hanno conosciuto un assopimento politico e il sacrificio di Barghouti è arrivato anche ai pianti alti del partito. Inoltre il digiuno di Barghouti e dei prigionieri politici sta avendo un grande consenso politico anche tra i non simpatizzanti di al-Fatah. Sarà una nuova rinascita di al-Fatah?

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